- Autor
- Carlo Delle Done
- Revista
- Trilhas Filosóficas
- Edição
- 15 / 2
- Ano
- 2023
- DOI
- 10.25244/tf.v15i2.5022
- Páginas
- 105-122
- Idioma
- it
L’obiettivo di questo breve contributo è tornare sul tema delle implicazioni etiche insite nel rapporto che diversi Epicurei mostrano di intrattenere con la dimensione testuale. La critica ha più volte – e spesso molto efficacemente – messo in luce questo nesso.1 Ma è forse possibile aggiungere ancora qualche spunto di riflessione al dibattito, mettendo in dialogo testi finora considerati separatamente. Mi riferisco al De rerum natura lucreziano e al PHerc. 1012, che contiene i lacerti di un’opera di Demetrio Lacone su alcuni luoghi aporetici di Epicuro. Come spero di riuscire a mostrare, da alcuni luoghi emerge una concezione, per certi versi, simile del testo scritto (e non solo di quello di Epicuro): se chiaro e irreprensibile, esso appare indispensabile per il raggiungimento della felicità, perché disvela una dottrina capace di realizzare, in chi la abbraccia, la “atarassia”; ma se il rapporto tra il testo epicureo e il suo destinatario (cioè l’epicureo in fieri) è perturbato da qualche fattore che ne compromette la capacità “salvifica”, i membri della scuola – Demetrio, Lucrezio – hanno il dovere di rimuovere tali elementi di disturbo. Come si vedrà, gli strumenti e le strategie utili allo scopo sono spesso differenti, ma pare, comunque, importante rimarcare come la relazione con il testo sia sempre orientata e subordinata al perseguimento del telos etico della scuola.
1 Cfr. Blank 2001 e la bibliografia citata oltre.
