- Autor
- Paul Gilbert
- Revista
- Sapere Aude
- Edição
- 15 / 30
- Ano
- 2025
- DOI
- 10.5752/P.2177-6342.2024v15n30p702-735
- Páginas
- 702-735
- Idioma
- pt
Nella lista dei trascendentali proposta da Tommaso d’Aquino nel De veritate, vediamo apparire il termine res, che si traduce con “cosa”. Nella contemporaneità, si suppone che il termine res integri l’idea di un oggeto (ob-iectum) suscetibile diessere percepito, fisicamente o mentalmente, con una consistenza “in sé” prima di essere “per noi”. Secondo Kant la “cosa in sé” non sarà mai conosciuta. Prima, però, l’Aquinate poneva la domanda di sapere quali sarebbero i criteri che permettono di riconoscere la consistenza interiore di una “cosa”, e quindi la legittimità dell’attribuzione del predicato “reale” a una “cosa”, stabilendo la possibilità de conoscenza oggettiva delle “cose”. Per afrontare criticamente la relazione tra “cosa” e “reale”, l’articolo considererà la problematica a partire da Anselmo d’Aosta e Tommaso d’Aquino. Si verà che questi due autori sono uniti in un progetto comune nella prospetiva di Henrique de Lima Vaz quando identifica la ricerca dell’Aquinate con una espressione tipica di Anselmo, fides quaerens intellectum. Queste proposte medievali hanno ancora un senso per la riflessione attuale? Per rispondere a questa domanda, seguiremo la riflessione di Lima Vaz sul divenire del tomismo nel nostro secolo.
